Conflitti in famiglia: perché si ripetono e come uscirne

D.ssa Marcella Dittrich
Indice dell'articolo

I conflitti in famiglia tra genitori e figli, tra fratelli o tra coniugi hanno quasi sempre una caratteristica in comune: sembrano ripetersi sempre uguali.

Stesse frasi, stessi toni, stesse porte che sbattono.

E alla fine resta la sensazione di aver perso ancora una volta, anche quando eri convinto di avere ragione.

“Parenti serpenti” era il titolo di un film riuscitissimo di Monicelli del 1992, che raccontava di una famiglia riunita per celebrare il Natale, ma aldilà delle apparenze festose, si nascondono egoismi, rancori e ipocrisie.

Forse anche tu, prima di ogni pranzo di famiglia, sai già chi alzerà la voce e chi si chiuderà in silenzio.

Oppure stai vivendo un rapporto teso con un figlio adulto, con un genitore anziano o con un fratello, e ti chiedi perché ogni tentativo di chiarimento ti riporti al punto di partenza.

Sono la dottoressa Marcella Dittrich, psicologa e psicoterapeuta a indirizzo psicoanalitico a Milano.

Dal 2005 sono anche Consulente Tecnico d’Ufficio del Tribunale di Milano, un’esperienza che mi ha portato a lavorare molto con famiglie e coppie in conflitto o portatrici di disagi importanti.

In questa guida scoprirai:

  • cosa sono davvero i conflitti familiari e quando smettono di essere fisiologici
  • perché si ripetono: il rimuginio, il copione di vittima e carnefice, la profezia che si autoavvera e il transgenerazionale
  • i conflitti più frequenti, relazione per relazione
  • cosa succede ai figli quando il conflitto non si risolve
  • come gestire i conflitti in famiglia e quando chiedere aiuto a uno psicologo

Conflitti in famiglia: cosa sono davvero

I conflitti in famiglia sono tensioni ricorrenti tra membri dello stesso nucleo familiare (genitori, figli, fratelli, coniugi, famiglia allargata).

Nascono da bisogni, aspettative e ruoli diversi.

Non sono di per sé patologici.

Diventano un problema quando si ripetono sempre uguali e non trovano una risoluzione.

La parola stessa ci aiuta a capirlo.

Conflitto deriva dal latino confligere, cioè cum-fligere: urtare insieme.

Dentro c’è l’urto, lo scontro, ma c’è anche l’idea di stare insieme mentre ci si urta.

Non ci si scontra con chi ci è indifferente.

I conflitti che emergono all’interno della famiglia sono una costante evolutiva di tutti i gruppi che scaturiscono da ragioni attuali ma che hanno radici antiche e per questo scatenano un’emotività che porta una grande sofferenza non solo su chi la riceve ma anche su chi la sente. La rabbia, il dispiacere di non essere visto o ascoltato, provocano infatti una sofferenza profonda che ha l’effetto di drenare energie nelle persone coinvolte. In questa condizione è facile sentirsi impotenti e quindi incapaci di trovare una possibile soluzione.

Nota bene: in questo passaggio ci sono due elementi che spesso vengono sottovalutati.

Il primo è che il conflitto nasce da ragioni attuali (un’eredità, una scelta di vita, un’offesa a tavola) ma pesca in qualcosa di molto più vecchio.

Il secondo è che la sofferenza non colpisce solo chi riceve l’attacco.

Colpisce anche chi assiste: un figlio che ascolta i genitori litigare dalla sua cameretta, un fratello che vede la madre piangere dopo una telefonata.

Conflitto sano e conflitto distruttivo: le differenze

Una famiglia senza conflitti non esiste.

E se esiste, spesso è una famiglia in cui le differenze vengono soffocate.

Ecco come distinguere un conflitto sano da un conflitto distruttivo:

Conflitto sanoConflitto distruttivo
Riguarda un tema precisoSi allarga a tutto (“sei sempre il solito”)
Ha un inizio e una fineRiparte identico a ogni occasione
Attacca il problemaAttacca la persona
Lascia spazio al punto di vista dell’altroCerca solo un vincitore
Si chiude con un chiarimento o una riparazioneSi chiude con silenzi, rancore, frasi sospese
Aiuta a definire confini e identitàIrrigidisce i ruoli di ciascuno

In sostanza, il problema non è litigare.

Il problema è litigare sempre nello stesso modo.

Perché nascono i conflitti familiari

Ti starai chiedendo da dove arrivi tanta intensità, magari per questioni che viste da fuori sembrano banali.

Le cause sono più d’una e quasi sempre si intrecciano.

Le transizioni del ciclo di vita familiare

La famiglia non è un’entità statica.

È un sistema familiare che cambia nel tempo e attraversa fasi precise del suo ciclo di vita:

  • la formazione della coppia
  • l’arrivo dei figli
  • l’adolescenza dei figli
  • l’uscita dei figli di casa
  • l’invecchiamento dei genitori e l’inversione dei ruoli di cura

A queste si aggiungono eventi che arrivano senza preavviso: la perdita del lavoro, una malattia, un lutto, una separazione.

Ogni passaggio chiede a tutti di cambiare regole e abitudini.

Chi fatica ad adattarsi, o chi sente di perdere qualcosa, spesso lo esprime attraverso lo scontro.

Aspettative, ruoli e confini

Molti conflitti familiari nascono da aspettative mai dette.

Il genitore che si aspettava di essere coinvolto nelle scelte del figlio adulto.

Il figlio che si aspettava di essere finalmente riconosciuto.

Il fratello che si aspettava che anche gli altri si occupassero della madre malata.

Con il tempo, poi, ciascuno finisce in un ruolo preciso: il “cattivo” che mette le regole, il “paciere” che aggiusta tutto, la “pecora nera” che crea problemi.

Sono ruoli che proteggono l’equilibrio, ma lo rendono anche rigido.

Il rimuginio: quando la mente diventa un disco rotto

Arrivato a questo punto entriamo nel cuore del problema.

Perché un conflitto, anche quando sembra chiuso, continua a lavorare dentro di noi?

La mente spinta dall’emotività e dai pensieri ricorrenti, dai sistemi di pensiero che via via si svolgono dentro di sé sui fatti accaduti, inizia a funzionare come un meccanismo indipendente; immaginiamo una sorta di disco rotto che torna costantemente all’inizio. Ha una valenza invasiva cioè è qualcosa che non si ‘decide’ ma prende piede come una voce indipendente, una narrazione continua carica di ricordi di vissuti, interpretazioni personali dal colore persecutorio. Le emozioni legate alla rabbia, all’impotenza, al desiderio di rivalsa prendono il sopravvento. E’ un rimuginio che non ha fine.

Questa descrizione trova riscontro anche nella ricerca scientifica.

Gli studi sulla ruminazione (il termine tecnico per il rimuginio) mostrano che tornare ripetutamente su un torto subito non porta a una soluzione.

Al contrario, mantiene attivi rabbia e umore negativo e riduce la capacità di trovare vie d’uscita (Nolen-Hoeksema, Wisco e Lyubomirsky, 2008).

È esattamente la sensazione di impotenza di cui parlavamo prima.

Vittima e carnefice: il copione che si ripete

Il rimuginio non resta confinato nella testa.

Produce effetti concreti, dentro e fuori di noi.

Proviamo a leggere la conseguenza di tutto questo su due piani: sul piano interno c’è amarezza e uno schema narrativo che via via che passa il tempo può diventare inconsapevole, dove i ruoli di vittima e carnefice sono definiti. Sul piano esterno, c’è l’aspettativa che gli altri si comportino come il copione che si è interiorizzato: immaginiamo di essere un attore che agisce sul palcoscenico della vita giocando sempre nello stesso ruolo e inducendo gli altri attori a comportarsi di conseguenza. Sono ruoli in cui però si è incastrati che solitamente impoveriscono la consapevolezza delle risorse personali.

Pensa a una scena concreta.

Una figlia che da sempre si sente trascurata dalla madre arriva a ogni incontro già pronta a cogliere il segnale della trascuratezza.

La madre, percependo quella tensione, si irrigidisce e diventa più distante.

E il copione si conferma, ancora una volta.

La profezia che si autoavvera e il transgenerazionale

E’ come se esistesse una trama sottile, a volte inconsapevole e tutti sono ‘spinti’ da una forza inconscia ad adattarsi. E’ quello che in psicologia viene chiamata “la profezia che si autoavvera”. Le origini di questa trama si perdono nel passato, hanno infatti a che fare con il transgenerazionale ovvero con dinamiche e nodi relazionali delle generazioni passate.

Il concetto di profezia che si autoavvera è stato formulato dal sociologo Robert K. Merton nel 1948: una convinzione, anche infondata, porta a comportamenti che finiscono per renderla vera.

Sul piano familiare la letteratura clinica ha descritto bene anche la dimensione transgenerazionale.

Ivan Boszormenyi-Nagy ha parlato di lealtà invisibili: legami e debiti emotivi verso la famiglia d’origine che guidano i comportamenti delle generazioni successive, spesso senza che nessuno ne sia consapevole.

Murray Bowen ha descritto invece la differenziazione del sé: la capacità di restare in relazione con la propria famiglia senza esserne travolti emotivamente.

Piccolo segreto: quando in una famiglia si litiga sempre per la stessa cosa, raramente il tema è davvero quella cosa.

Spesso è l’ultima eco di una questione rimasta aperta due o tre generazioni prima.

Lo stesso meccanismo nella coppia: la proiezione reciproca

Sono meccanismi comuni anche nelle coppie, in quello che tecnicamente si chiama ‘proiezione reciproca’: io vedo parti di me nel mio partner (e viceversa) e mi comporto con lui sulla base di questo sentire.

È un passaggio fondamentale, perché la coppia è spesso il punto da cui il conflitto si irradia al resto della famiglia.

Se in lui vedo la parte di me che non sopporto, reagirò a quella parte, non a lui.

E lui, a sua volta, finirà per comportarsi proprio come io temevo.

Fin qui tutto chiaro?

Ora vediamo come questi meccanismi si declinano nelle diverse relazioni familiari.

I conflitti più frequenti, relazione per relazione

Ogni relazione ha i suoi punti di rottura tipici.

Riconoscerli aiuta a non prenderli come un fatto personale.

Quando i genitori litigano davanti ai figli

Il conflitto tra genitori è quello che pesa di più sul clima di casa.

Le ricerche di John Gottman sulle coppie indicano che circa il 69% dei conflitti di coppia riguarda problemi perpetui, cioè differenze di carattere e di bisogni che non si risolvono mai del tutto.

Non male come dato, vero?

Significa che l’obiettivo realistico non è smettere di litigare, ma imparare a gestire quelle differenze senza ferirsi.

Discutere davanti ai figli non li danneggia automaticamente.

Diventa un problema quando ci sono urla, insulti o minacce, quando i figli vengono chiamati a fare da giudici (“secondo te chi ha ragione?”) o quando non vedono mai un momento di chiarimento dopo la lite.

Se il conflitto di coppia è diventato la normalità, può essere utile uno spazio di terapia di coppia in cui i due partner possano riconoscere la propria proiezione reciproca prima che ricada su tutta la famiglia.

Genitori e figli adolescenti

L’adolescenza è una delle fasi del ciclo di vita in cui i conflitti familiari aumentano di più.

Ed è normale che sia così.

L’adolescente, per crescere, ha bisogno di individuarsi: di pensarsi come persona separata dai genitori, con idee e valori propri.

Gli scontri su orari, uscite, scuola, amicizie e uso del cellulare sono spesso il terreno su cui si gioca questa ricerca di autonomia.

Il genitore, dal canto suo, deve rinunciare al controllo che aveva sul bambino, senza però smettere di mettere confini.

Attenzione: un adolescente che non entra mai in conflitto con i genitori non è necessariamente un adolescente sereno.

A volte è un ragazzo che ha smesso di esprimere ciò che sente.

Genitori e figli adulti

Il conflitto tra genitori e figli adulti è tra i più dolorosi e tra i più cercati.

Si può litigare con i propri genitori anche a 40 anni, e spesso con un’intensità che sorprende entrambi.

Le cause più frequenti sono:

  • un distacco dalla famiglia d’origine mai completato
  • una convivenza forzata per ragioni economiche
  • scelte di vita (lavoro, partner, valori) lontane dalle aspettative dei genitori
  • un genitore percepito come invadente o iperprotettivo
  • la dipendenza affettiva reciproca non risolta

Dal lato dei genitori c’è spesso un senso di esclusione o di fallimento.

Dal lato dei figli, la sensazione di non essere mai stati davvero visti.

Quando la frattura diventa troppo dolorosa si arriva al taglio emotivo: figli che smettono di parlare con i genitori, trasferimenti lontani che sono in realtà una fuga.

Il taglio dà sollievo nel breve periodo, ma raramente scioglie il nodo.

Di solito lo sposta nelle relazioni successive.

Tra fratelli: rivalità, eredità e cura dei genitori anziani

I conflitti tra fratelli nascono spesso nell’infanzia, da gelosie e da una disparità di trattamento percepita.

Da adulti tornano a galla in due momenti precisi: la divisione di un’eredità e la necessità di prendersi cura dei genitori anziani.

È esattamente la situazione che racconta il film da cui siamo partiti.

Nel film di Monicelli le cose finiscono male perché quando i genitori anziani devono essere accolti a casa dei figli si assiste ad un fuggi fuggi generale, con un epilogo decisamente distruttivo. Il legame affettivo è sovrastato da questioni di interesse ed egoismo. Nel film come spesso nella vita vince il male, gli interessi dei singoli anche sul piano economico ma con il prezzo di un inaridimento emotivo e quindi anche energetico: si perché la qualità degli affetti e delle emozioni che agiscono dentro di noi determinano l’umore, la vitalità, la leggerezza in definitiva il piacere di stare al mondo.

Nel mio lavoro incontro spesso questa fatica.

Ho dedicato al tema della cura dei genitori non autosufficienti diversi seminari, come quelli sui figli che si prendono cura dei genitori anziani.

Chi si prende cura di un genitore anziano (il caregiver familiare) si trova spesso stretto tra le esigenze dei propri figli, del lavoro e dei fratelli che “non fanno la loro parte”.

È un terreno fertile per rancori antichi.

Con suoceri e famiglia del partner

Quando nasce una coppia, nascono anche due famiglie allargate che devono trovare un equilibrio.

I conflitti con suoceri e famiglia del partner riguardano quasi sempre i confini: quanto la famiglia d’origine può entrare nelle scelte della nuova coppia, nell’educazione dei figli, nella gestione delle feste.

Il nodo, spesso, non è tra nuora e suocera.

È dentro il partner, diviso tra la lealtà verso la propria famiglia d’origine e quella verso la nuova famiglia che sta costruendo.

Nelle famiglie separate e ricomposte

Le famiglie di oggi sono più complesse rispetto al passato.

Sono aumentate le separazioni e i nuovi nuclei, mentre si è ridotta la rete di sostegno di nonni, zii e cugini che un tempo aiutava nei momenti di crisi.

Nelle famiglie ricomposte i conflitti possono coinvolgere:

  • gli ex coniugi, che devono continuare a vedersi per i figli
  • l’ex coniuge e il nuovo compagno o la nuova compagna
  • figli nati da unioni diverse che faticano ad accettarsi
  • un figlio che non accetta il nuovo partner del genitore

Ne ho parlato più nel dettaglio nell’articolo sulle famiglie miste.

Dalla mia esperienza come Consulente Tecnico d’Ufficio, un elemento torna quasi sempre: quando gli adulti sono assorbiti dal conflitto, i membri più giovani vengono “persi di vista”.

Cosa succede ai figli quando il conflitto non si risolve

La domanda sorge spontanea: quanto pesano davvero i litigi dei grandi sui più piccoli?

La ricerca ha dato risposte piuttosto chiare.

Gli studi di Mark Cummings e Patrick Davies sulla teoria della sicurezza emotiva mostrano che il danno non viene dal conflitto in sé, ma da come viene gestito.

I bambini che vedono i genitori discutere e poi fare pace reagiscono con molto meno stress rispetto a quelli esposti a conflitti che non si chiudono mai.

Una ampia review pubblicata nel 2018 sul Journal of Child Psychology and Psychiatry (Harold e Sellers) conferma che il conflitto tra genitori frequente, intenso e mal risolto è associato a un rischio maggiore di problemi emotivi e comportamentali nei figli.

Il DSM-5 ha persino introdotto una condizione specifica tra quelle che possono essere oggetto di attenzione clinica: il bambino influenzato da difficoltà nella relazione genitoriale (CAPRD).

Nella pratica clinica vedo soprattutto tre dinamiche:

  • conflitti di lealtà: il figlio sente che voler bene a un genitore significa tradire l’altro
  • triangolazione: il figlio viene usato, spesso senza intenzione, per gestire una tensione tra gli adulti
  • parentificazione: il figlio si carica del ruolo di mediatore o di consolatore, un peso emotivo troppo grande per la sua età

Quando un bambino o un ragazzo non riesce a esprimere a parole questa sofferenza, la esprime con il corpo o con il comportamento.

Possono comparire ansia, fobie, disturbi psicosomatici, difficoltà scolastiche, irritabilità o chiusura.

Elemento da non trascurare: in questi casi il sintomo non dipende quasi mai solo da chi lo mostra.

È un messaggio che riguarda tutto il sistema familiare.

Come gestire i conflitti in famiglia: strategie concrete

Ora che hai compreso da dove nascono e perché si ripetono, veniamo alla domanda più importante.

Che fare?

  • i ‘piccoli passi’ aldilà delle emozioni e del sentire personale focalizzarsi su cosa vogliamo realizzare nelle relazioni e per avvicinamenti progressivi perseguire il nostro obiettivo
  • imparare a negoziare; per farlo si parte sempre dall’accogliere la posizione e il sentire degli altri e da lì costruire con il nostro ‘pezzo’
  • se il malessere personale porta confusione ed è difficilmente gestibile, lavorarci con un professionista in privata sede per evitare di inquinare con quella pesantezza le relazioni a cui teniamo e riuscire a portare nuovi argomenti che aiutino ad uscire dal circolo vizioso

Vediamo come tradurre questi tre principi nella vita di tutti i giorni.

Nel momento caldo: fermare l’escalation

Quando la tensione sale, il corpo entra in allerta.

Il cuore accelera, i pensieri si fanno veloci, ascoltare diventa quasi impossibile.

In quel momento non si risolve nulla.

Un buon metodo è quello di:

  • chiedere una pausa (“mi sto innervosendo, riprendiamo tra dieci minuti”), che non è una fuga ma una protezione del dialogo
  • abbassare il tono, non il contenuto
  • parlare in prima persona (“quando succede questo io mi sento…”) invece di accusare (“sei sempre il solito”)
  • restare sul presente, senza riaprire tutti i conti in sospeso degli ultimi vent’anni

È la traduzione pratica dei “piccoli passi”: non vincere la discussione, ma non allontanarsi dall’obiettivo che hai nella relazione.

Imparare a negoziare partendo dall’altro

Negoziare non significa cedere.

Significa partire dall’ascolto attivo di ciò che l’altro sta vivendo, anche quando non sei d’accordo.

Solo dopo aver accolto la sua posizione puoi aggiungere il tuo “pezzo”.

Nella pratica:

  • ascolta per capire, non per preparare la risposta
  • riformula quello che hai sentito (“mi stai dicendo che ti sei sentito escluso”)
  • cerca il bisogno che sta sotto la richiesta (rispetto, riconoscimento, riposo, vicinanza)
  • proponi una soluzione che tenga conto di entrambi

Se vuoi approfondire questi strumenti, trovi una guida in questo articolo su empatia e comunicazione non violenta.

Dopo il litigio: rottura e riparazione

Le relazioni solide non sono quelle senza rotture.

Sono quelle in cui la riparazione avviene.

Gli studi di Edward Tronick sull’interazione tra madre e bambino hanno mostrato che i momenti di incomprensione sono frequentissimi anche nelle relazioni sane.

Quello che fa la differenza è la capacità di ritrovarsi dopo.

In famiglia questo significa:

  • tornare sul litigio a mente fredda
  • prendersi la responsabilità delle proprie parole e, se serve, chiedere scusa
  • spiegare ai figli, con parole semplici, che c’è stata una discussione e che gli adulti stanno cercando di capirsi

I quattro atteggiamenti che logorano le relazioni

Le ricerche di John Gottman hanno individuato quattro comportamenti che, più di altri, predicono il deterioramento di una relazione.

Nota dolente: li usiamo tutti, almeno ogni tanto.

AtteggiamentoCome si riconosceL’alternativa
Criticasi attacca la persona, non il comportamentoesprimere un bisogno partendo da sé
Disprezzosarcasmo, sufficienza, prese in girocoltivare apprezzamento e rispetto
Atteggiamento difensivoci si giustifica semprericonoscere anche solo una parte della propria responsabilità
Ostruzionismoci si chiude, si smette di risponderefermarsi, calmarsi e poi tornare al dialogo

Il disprezzo, in particolare, è quello che lascia le ferite più profonde.

Segnali d’allarme: quando il conflitto diventa violenza

Litigare è normale.

Essere maltrattati no.

Ci sono situazioni in cui un conflitto familiare smette di essere un confronto e diventa qualcosa di pericoloso.

Presta attenzione a questi segnali:

  • insulti, minacce, intimidazioni
  • violenza verbale ripetuta, umiliazioni davanti ad altri
  • prevaricazione fisica, anche solo accennata
  • controllo su soldi, uscite, frequentazioni
  • scatti di rabbia imprevedibili e sproporzionati
  • paura costante di dire la cosa sbagliata

Spesso si tende a banalizzare e a chiudere un occhio.

È un errore, perché queste dinamiche tendono a peggiorare nel tempo.

Ne ho parlato nell’articolo su abuso e maltrattamento psicologico.

Quando chiedere aiuto a uno psicologo per i conflitti familiari

Molte persone esitano a chiedere aiuto perché pensano di dover “sistemare le cose da sole”.

In realtà riconoscere che le risorse interne alla famiglia, in questo momento, non bastano è un atto di responsabilità.

Come dicevo tra i “che fare”, quando il malessere personale porta confusione, lavorarci in privata sede evita di inquinare le relazioni a cui tieni.

Potrebbe essere il momento giusto se:

  • litigate quasi ogni giorno e senti di non avere più energie
  • finite sempre negli stessi schemi, nonostante abbiate provato strade diverse
  • il conflitto sta incidendo su sonno, umore o lavoro, tuo o dei tuoi familiari
  • ti preoccupa l’effetto dei litigi sui figli
  • ti ritrovi bloccato nel rimuginio e non riesci a pensare ad altro
  • è in corso una separazione o una riorganizzazione familiare difficile

Come lavoro con i conflitti familiari

Il percorso parte sempre da una fase di consultazione.

Ci incontriamo in studio, mi racconti di te, della tua domanda, di ciò che ti sta a cuore.

Io ti faccio domande di approfondimento per entrare nella tua storia di vita fino ad arrivare alla situazione attuale.

Secondo la mia esperienza servono almeno 4 o 5 incontri.

La consultazione si chiude con un incontro di restituzione, in cui sono io a raccontarti ciò che ho compreso, con l’obiettivo di offrirti una lettura utile al cambiamento.

Da lì possiamo decidere insieme la strada più adatta:

  • un percorso di accompagnamento breve, focalizzato su una questione specifica e circoscritta
  • una terapia di coppia, quando il conflitto nasce o si alimenta nella relazione tra i partner

Puoi approfondire il metodo nella pagina dedicata a psicoterapia e psicoanalisi.+

Conflitti in famiglia: per riassumere

Arrivato a questo punto hai a disposizione una mappa più chiara di ciò che accade quando in famiglia si litiga sempre allo stesso modo.

Ricapitoliamo i punti chiave:

  • i conflitti in famiglia sono una costante evolutiva, nascono da ragioni attuali ma hanno radici antiche
  • si ripetono perché la mente entra in un rimuginio che costruisce un copione di vittima e carnefice, spesso legato a nodi transgenerazionali
  • il danno sui figli non viene dal conflitto in sé, ma dal conflitto che non trova mai una riparazione
  • si può uscire dal circolo vizioso con piccoli passi, imparando a negoziare e, quando serve, con l’aiuto di un professionista

Non ci resta che fare il primo passo.

Se senti che nella tua famiglia il copione si ripete e da solo non riesci a cambiarlo, scrivimi a info@dottoressamarcella.it o chiamami al +39 338 115 4205.

Qual è la dinamica che si ripete più spesso nella tua famiglia?

Chiamami o scrivimi e iniziamo insieme un percorso di psicoterapia e psicoanalisi

Qui di seguito trovi tutti i miei riferimenti e dove svolgo la professione di psicologa a Milano. Contattami!

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